giovedì 25 agosto 2005

E dopo tre anni vi rimetto tutti in Liga
L'attesa è finita: il «mediano del rock» torna sul palco. E noi, alla vigilia del megaconcerto, gli abbiamo fatto il terzo grado. Parlando di Prodi e Veltroni, dell'Africa e di Vasco Rossi. E di quella volta che gli arrivò una telefonata: «Pronto, qui è palazzo Chigi...»

Si suda. «Cosa vuole, siamo nella bassa. Ma nel mio studio di registrazione si starà meglio», dice la rock star. Il caldo non dà tregua. A Correggio (Reggio Emilia) si suda solo a guardare i cartelloni pubblicitari. Il faccione di Mauro Leurin campeggia serioso: canta alla Festa dell’Unità di Campegine. Matteo Setti si esibisce al campo sportivo area bocciodromo a Cadelbosco, mentre i Borghesi, la Band italiana come recita la scritta, suonano pure loro a Campegine. Tra salsicce e compagni accaldati dietro gli stand dei Festival dell’Unità, qualche volta ha cantato pure il Liga, come lo chiamano familiarmente a Correggio, dove vive e ha il suo quartier generale.

Se l’afa continua, sarà dura per i fans. «Già», sorride Ligabue. Però ai primi di settembre il meteo dovrebbe essere più clemente. «Speriamo», sospira il Liga. Anche perché al suo concerto, l’evento musicale dell’anno (10 settembre a Campovolo), sono previste oltre 200 mila persone. Col caldo che fa oggi sai che bolgia. «Già, sai che bolgia», scherza ancora la rockstar italiana per antonomasia, che però non se la tira. Nonostante sia ormai il solo, assieme al suo amico-rivale Vasco Rossi, capace di riempire gli stadi. Perché? «È un fenomeno che non so spiegarmi. Almeno per quanto mi riguarda. Per Vasco invece credo che funzioni la sua trasparenza: lui si è sempre raccontato e rappresentato così come è».
Ligabue è un cantante alla mano. Però parlare con lui non è semplice. E non perché si tiri indietro. Anzi. Di interviste ne concede tante, soprattutto in coincidenza di lanci di dischi e concerti. Se poi si aggiunge che oltre a cantare scrive romanzi e gira film si capisce perché del Liga-pensiero si sa quasi tutto. Per esempio che è stato un catto-comunista con il senso di colpa e che prova allergia per parole tipo «generazione» e «pubblico di giovani». E soprattutto (concetto ripetuto spesso) che «la canzone deve essere vigliacca, non intellettuale. E funziona solo quando s’infila sotto la doccia». Come dire: l’impegno nelle canzoni e la politica non fanno per lui. Eppure, anche se dice di non volerne parlare, la sua vita pre e post-rockstar è cadenzata, in vario modo, proprio dalla politica.

Di recente ha partecipato al Live 8
, rispondendo all’appello del duo Bono-Geldof, artisti super impegnati, che promuovono l’Africa e la pace ma che non esitano a stringere la mano ai potenti Bush e Blair. Da giovane ha lavorato in fabbrica ed è stato pure consigliere comunale (indipendente) del Pds. Con l’impegno ha avuto una certa dimestichezza. O quantomeno ha un’immagine spendibile in questo senso. Altrimenti non si spiegherebbe perché i politici, quasi sempre di sinistra, lo chiamano e lo cercano spesso. Anche se per le cose che dice potrebbe piacere a moderati e partiti centristi, di ispirazione cattolica. Da giovane andava in chiesa e persino ora che è un divo non gioca a fare il divo. Una vita da mediano è l’esatto opposto della vita estrema (de)cantata da Vasco. «Un caffé?», chiede Ligabue. Prima di sedersi nel suo studio, vicino al biliardo, si avvicina alla macchinetta e prepara un espresso.
Bono e Geldof fanno bene a stringere la mano a Bush? «Scelte personali. Certo è che un evento visto da due miliardi di persone, sicuramente ha esercitato una pressione sui potenti. Comunque, ripeto, sono scelte individuali». Lei non è un fan di Berlusconi. Se però il premier la chiamasse per un’iniziativa a favore dell’Africa, stringerebbe la sua mano? «Non cambierebbe il mio giudizio su di lui. Mi sembrerebbe altamente improbabile, però chissà, forse. Nel tempo ho realizzato che le rigidità ideologiche non pagano». Oggi è più tenero? «Sicuramente. Ero rigido negli anni ’70, quando tutto era politica». Poi sono arrivati gli anni ’80... «Già, e sono rimasto spiazzato. Fuori posto». Mai avuto simpatie per Craxi? «Mai. Però sono rimasto infastidito da certe rigidità a sinistra». Il consigliere indipendente del Pds l’ha fatto nel ’90. Perché ha accettato? «Pensavo di poter fare qualcosa per la musica e non sapevo cosa fare della mia vita. Ma che palle. Una perdita di tempo, un teatrino: la maggioranza decideva, l’opposizione a prescindere diceva no». Sembra di sentire Berlusconi. «Cosa vuole che le dica. Era così, noioso. Ci vuole predisposizione». Alla noia? «Alla politica, alla diplomazia che sfiora la menzogna».
La svolta di Occhetto era roba fresca. C’è rimasto male per il cambio di nome? «In Emilia c’era un comunismo allegro. Come il rock. Mai stato di stile sovietico. Lo strappo l’ho vissuto con indifferenza». La chiamano spesso? «Chi, i politici? Diverse segreterie. Una volta anche una presidenza del Consiglio». Berlusconi? «No, il centro-destra non mi cerca. È successo ai tempi della guerra in Kosovo. La musica, mi dicevano, deve fare qualcosa». E lei cosa ha fatto? «Niente. La musica per me non deve avere una connotazione politica». Sarà, ma alla convention romana dell’Ulivo (febbraio 2004) Romano Prodi è stato accolto dalla canzone Una vita da mediano. «Personalmente non ho mai avallato nessuna figura politica né religiosa, né di altra specie. Ma in questo caso si parlava del suo ritorno nella politica italiana».
La chiamano pure per partecipare ai congressi? «Pure». Per fare cosa, parlare? «Ci mancherebbe. No, solo per fare presenza». Anche Walter Veltroni? «Per esempio». Siete amici? «Non proprio. Ho rapporti episodici». Tipo? «Ci siamo visti di recente a Roma, lui mi ha mostrato il suo ufficio, ha insistito perché faccia qualcosa per la città». Meglio Prodi o Veltroni? «Veltroni». D’Alema la cerca? «No». Opinione? «Troppo rigido. Però è capace, ha idee forti. Non sempre condivisibili. E poi mi ha fatto soffrire». Chi, D’Alema? «Da presidente del Consiglio ha scelto la guerra. Io sono un pacifista». Sempre? Anche se l’intervento serve a difendere la democrazia o a proteggere una minoranza etnica? «Capisco il punto. Però io non voglio cedere al mio pensiero: niente armi. L’odio chiama l’odio». Fausto Bertinotti? «Ci siamo incontrati più di una volta. L’ultima a un concerto di Mauro Pagani. Credo che professi un’idea difficile da realizzare. Però è bene che ci sia qualcuno che lo faccia». Del centro-destra chi salverebbe? «Gianfranco Fini. Sa fare politica, anche se non mi riconosco nelle sue idee». Ride Ligabue, si tocca un piede, poi dice: «Ma che è, un’intervista politica?».
Si aggiusta i sandali, si ricompone sulla sedia, seduto con le gambe incrociate. Nella sala di registrazione l’aria è davvero fresca. Di tanto in tanto entra qualcuno dello staff. Ligabue riprende fiato, e sembra rilassarsi quando citiamo la sua idea del sesso: «È come il rock, per farlo bene non si devono avere impegni e preoccupazioni». È il testo che fa la musica impegnata? «Ma allora è un’intervista politica?».
«Esporsi è già impegno. Io sono mosso dal bisogno di dire una cosa. E poi impegno di che cosa?». In Africa c’è mai stato? «Mai». L’africanismo va molto di moda a sinistra e tra le rockstar. «È un fatto che muore un bambino ogni tre secondi laggiù», replica secco Ligabue, rialzando la testa. «L’ Africa non deve essere di destra o di sinistra». Però se lei facesse un concerto per l’Africa è molto probabile che riceverebbe i complimenti di Veltroni e non di Gasparri. «Questo non me lo spiego. Ma non dovrebbe essere così». Anche la critica alla tv (di massa) sembra essere di sinistra. Lei guarda molta tv? «Il satellite. Ogni tanto un tg, per aggiornarmi. Mi godo bellissimi documentari». Quelli sulle gazzelle e i leoni? «Sì, proprio quelli. Ma anche i documentari storici. Meravigliosi». Quindi un Bruno Vespa, per dire, non lo vede mai? «No». Ospita spesso Fassino. «Non lo vedo». Rockstar? «Ho capito di esserlo nel ’90, durante un concerto ad Alessandria. Il pubblico conosceva a memoria le mie canzoni. Un miracolo». In chiesa ci va ancora? «Raramente. L’ultima volta al battesimo di mia figlia».
Ligabue è cresciuto in una famiglia comunista. Cattolico, dice, lo è diventato per reazione. Catto-comunista per forza di cose. «I riti della chiesa sono spaventosi, l’ho scritto pure in una canzone. Mi piacerebbe pensare ad un Dio che scende in un bar e con lui parliamo di Inter». Non è più cattolico. «Una volta sono andato a Pistoia per vedere il Dalai Lama. Sono stato colpito dai colori vivaci, arancione, marrone... Il Dalai Lama sbadigliava». È diventato buddhista? «No, però quell’idea di leggerezza mi ha colpito». In moschea è mai entrato? «No». Ha paura dell’Islam? «Sono preoccupato dell’idea di guerra di religione». Crede all’Islam moderato? «Sono contento che ci sia un Islam moderato».
L’Emilia esprime il rock come i politici. Ligabue è figlio di una terra che da anni sforna cantanti di successo (Guccini, i Nomadi, Equipe 84, Vasco Rossi, Zucchero, Pausini, Nek). Ma tra Bologna e Reggio Emilia sono nati pure Casini, Fini, Prodi, Giovanardi. Spiegazione? «Non saprei. Ci chiamano i meridionali del nord. Vero: siamo passionali che hanno bisogno di comunicare». Una cosa è certa: il suo modo di comunicare è sinonimo di successo. «Sono cresciuto ed educato all’idea che il successo fosse il nirvana occidentale». Ha cambiato idea? «Ti risolve i problemi, ma non ti dà la felicità». Quando ha smesso di contare i soldi in banca? «Non mi occupo di queste cose». Investe in Borsa? «Non lo so, se ne occupa un consulente finanziario. Ogni tanto mi porta un resoconto. La finanza mi annoia». Mai pensato di acquistare una Ferrari? «No, ma solo perché non mi piacciono le auto. Preferisco andare a correre in campagna». L’ecologia è di sinistra? «Ne parlo nei miei romanzi, ci sono pagine intere di botanica». È di sinistra? «Io ho un forte sentire Verde. Ma mi sono stupito nel vedere i Verdi assumere una connotazione politica». Sta di fatto che lei è di sinistra ed ambientalista. «Quando corro in campagna, sono attratto dai rapaci, dai ramarri, dalle ghiandaie...». Cosa sono? «Uccelli con la coda blu». Vasco esalta l’eccesso. Lei guarda i ramarri. Rapporti con le droghe? «Da giovane, canne». Sì, ma oggi? «Qualcuna, di rado». Sicuramente antiproibizionista. «No. È un tema complesso. Vado con i piedi per terra. Non sempre sono d’accordo con Pannella. Ammiro e conosco don Braglia, che ha creato una comunità da queste parti. Recupera i tossici». Impegno. «Già, impegno».
Baglioni lo ascolta? «A 12 anni ascoltavo sempre Amore bello. Ero cotto di una ragazzina. Perché me lo chiede?». Cantava «Passerotto non andare via...», E tu... Di recente sembra aver scoperto l’impegno. «Capisco il suo bisogno di andare al di là. Però mi dispiace che non abbia più voglia di scrivere quelle canzoni». Ha amici cantanti? «Guccini. Ci vediamo spesso e mangiamo». Con De Gregori? «Qualche volta ci sentiamo al telefono». Pure con Vasco? «Con lui ci saremmo visti tre-quattro volte. Un paio di anni fa abbiamo cenato da soli a Riccione». Per parlare di musica? «Chiarirci». Chiarire cosa? «Rispetto a quello che si scrive di noi». Chi ha chiesto l’incontro? «Lui». Avete chiarito? «Sì». Col tempo si chiarisce tutto. Ligabue sospira. Una canzone in quanto tempo la scrive? «Una vita da mediano trenta minuti, dopo aver rivisto la finale Italia-Germania». Sergio Cofferati? «Che c’entra col mediano?». Sa, con tutta la fatica che gli tocca fare per respingere le critiche anche da sinistra... Sembra che voglia troppe regole. «Le regole devono essere uguali per tutti. Se dice questo fa bene. Il principio di legalità non è di destra o di sinistra». Come il mediano.
Ligabue sospira. Ma almeno le hanno chiesto il permesso di suonare Una vita da mediano alla convention ulivista del 2004? «Certo. Ma che è, un’intervista politica?». Prodi è un politico. «L’idea che qualcuno si prendesse la responsabilità di dichiararsi mediano, rimboccandosi le maniche e portando a casa più fatica che gusto, mi piaceva. Ecco tutto». Tutto? «Ora si tratta di vedere se sarà coerente con l’impegno che si è preso con quella canzone». Ligabue è una rockstar che non ama parlare di politica. Ma Prodi è avvertito.
Agostino Gramigna

tratto da corriere.it

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